Concita De Gregorio, il giornalismo è la mia arma

LArticolo di Concita De Gregorio, 7 maggio 2019 

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«In battaglia ciascuno è chiamato a usare le armi di cui dispone: la mia è il mio mestiere». Concita De Gregorio con frasi dirette e semplici spiega la sua presenza al Salone di Torino, coperto in questi giorni da polemiche, tra assenze e presenze.

Lei, giornalista e scrittrice sempre attaccata alla testimonianza personale, non rinuncia all’esperienza diretta: occhi, mani, orecchie. C’era al G8, che ha raccontato sulle pagine giornalistiche del libro Non lavate questo sangue.  È sempre stata sul campo, dagli anni ’80, quando ha mosso i primi passi nelle redazioni locali della sua Toscana, per poi arrivare a Repubblica nel 1990. Lascia il quotidiano di Scalfari per diventare la prima donna a dirigere L’Unità, e poi torna come editorialista. Il suo giornalismo è multiforme e cammina dalle pagine dei suoi libri alle immagini della televisione, passando anche per la radio.

Oggi, senza polemiche, scrive così: «Vado al Salone perché non credo di aver bisogno di dimostrare che sono antifascista con l’assenza. La mia vita lo dice, il lavoro di ogni giorno».

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Belén Domínguez, giornalismo e aiuto umanitario

LArticolo di Belén Domínguez, 3 aprile 2019

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Una nuova cortina di ferro quella che separa l’exclave russa Kaliningrad dalla Lituania, ex Unione Sovietica e neo Unione europea.

Belén Domínguez, giornalista dal 2013, quando ha scoperto che le «piaceva stare nel momento e luogo dove accadono le cose». Sul El Pais è passata dalla sezione locale a quella internazionale: corrispondente a Bruxelles, inviata, redattrice. Nel suo giornalismo si fondono l’impegno personale con quello professionale: scrive di cooperazione internazionale e si occupa di aiuti umanitari allo sviluppo. È stata inviata speciale per raccontare il dramma dei rifugiati in Europa: prima al fronte tra Serbia e Ungheria e poi da un barcone di Medici Senza Frontiere nel mezzo del Mediterraneo. Oggi scrive su La Repubblica.

Un reportage sulla frontiera lituana a un passo dalla Russia. Filo spinato, recinzione e controlli per un territorio con un passato sovietico che fa ancora paura al Paese, e anche alla Nato e all’Unione europea: 94,8 i milioni di euro stanziati da Bruxelles dal 2017 fino al 2020 per la vigilanza di questa zona.

«Con un occhio sempre rivolto ai mezzi di comunicazione, con l’altro alle Ong».

 

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Alessandra Ziniti, un faro acceso

LArticolo di Alessandra Ziniti, 28 marzo 2019

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Il porto aperto d’Italia. Lampedusa resta l’approdo di una serie di sbarchi fantasma, negati e rinnegati dalla politica. Lo racconta Alessandra Ziniti, inviata di Repubblica che spiega come oggi il faro dell’attenzione mediatica e umanitaria sull’isola siciliana si sia spento nuovamente.

Alessandra Ziniti da sempre segue inchieste dalla Sicilia: mafia, cronaca e tutto quello che vi sta in mezzo. Nel 2008 ha vinto il Premio come cronista dell’anno insieme a Francesco Viviano. Per aver raccontato le storie di donne uccise dalla violenza per il loro coraggio (nel libro Il coraggio delle donne) è stata premiata con la targa Molinello al giornalismo.

«Un Mediterraneo senza più occhi» è quello che Ziniti oggi racconta nel suo reportage attraverso le storie di naufragi e sbarchi tenuti nel silenzio.

 

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Vanna Vannuccini, l’Iran di ieri e di oggi

LArticolo di Vanna Vannuccini, 28 dicembre 2018

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Vanna Vannuccini

Un reportage sull’Iran che racconta da vicino la difficoltà di «vivere con le sanzioni» imposte dagli Stati Uniti di Trump.

Inviata della Repubblica da una vita, Vanna Vannuccini è stata corrispondente nella Germania del Muro e nei Balcani durante le guerre. Nel 1973 fu tra le fondatrici del primo giornale femminista in Italia: Effe. 

LArticolo descrive una situazione che ricorda quella delineatasi a seguito delle elezioni del ’97, nelle quali trionfò Khatami. Anche a quel tempo Vannuccini era inviata dall’Iran. L’attuale presidente iraniano Rouhani, come al tempo Khatami, ha goduto per anni di un ampio consenso popolare che è poi drammaticamente calato. Oggi Rouhani si trova a dover affrontare lo scontento dei suoi cittadini che sono gravemente colpiti dalle sanzioni Usa, e, soprattutto, la disillusione dei giovani che dal loro Paese vogliono soltanto fuggire.

 

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Camilla Cederna, penna dell’indignazione

LArticolo di Camilla Cederna, 21 dicembre 1969

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Camilla Cederna alla sua scrivania

«C’è già molta gente intorno al grigio palazzo su cui spicca in lettere luminose la gran scritta “Banca Nazionale dell’Agricoltura”; tutto affumicato, cioè grigio e nero il pianoterra. Ma c’è molto rosso anche qui sul grigio e sul nero, che dal marciapiede, lento e vischioso, cola giù il sangue» questo il tratteggio con cui Camilla Cederna su L’Espresso descriveva la strage inenarrabile avvenuta il 12 dicembre 1969 in Piazza Fontana, «al posto del tavolo ora c’è una voragine che ha inghiottito più d’un corpo; di un morto non si trovava più la testa, c’è un giovane che non si è fatto niente ma tra la giacca e il pullover si è trovato dei pezzetti di carne altrui».

Il 15 dicembre i funerali dei 17 morti, ad avvolgere i quali «per l’ultima volta, calando spessa sulle bare è stata la loro grigia nebbia padana che fin dall’infanzia d’inverno li ha sempre accompagnati». Quello stesso giorno il corpo senza vita di Pinelli. Inizia per Cederna un lavoro di inchiesta senza sosta. È un momento della storia in cui al giornalismo si chiede di tenerne la cronaca giorno per giorno. Camilla Cederna si sposta dal giornalismo di costume a una scrittura di impegno politico.

Della borghesia milanese per nascita, la sua penna da cronista non risparmiò nessuno:  «Tutto m’indigna oggi, il processo di decomposizione sociale che attraversa il nostro Paese, il cinismo sprezzante dei nostri uomini politici… Da noi il nemico primo della libertà è il potere. Guai a chi perde la capacità di indignarsi. Chi non ha sdegno non ha ingegno».

 

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