Marina Forti, storie quotidiane di ambiente

LArticolo di Marina Forti, 13 maggio 2019

Marina Forti.jpg

Un incubo sotto casa. È quello che la discarica di via Salaria rappresenta per i cittadini romani che vedono e respirano i resti dell’impianto tmb. Marina Forti scrive un lungo racconto della “crisi dei rifiuti”, raccogliendo voci, promesse e fatti.

Marina Forti ha viaggiato per il mondo prima da inviata e poi da caposervizio, riempiendo le pagine de Il Manifesto di reportage dall’Iran, dall’Asia meridionale e dalle Americhe. Terraterra, prima rubrica sul quotidiano e poi blog, racconta «storie quotidiane di ambiente e conflitti per le risorse naturali».

LArticolo accende i fari su un tema che spesso conquista le prime pagine dei giornali, per poi tornare nell’oscurità: i rifiuti, che, nel racconto di Marina Forti non creano solo e tanto un problema logistico ma ingombrano direttamente le vite quotidiane dei cittadini.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

copyright: immagine 1, immagine 2, immagine 3

Dacia Maraini, sentinella dell’attualità

LArticolo di Dacia Maraini, 5 marzo 2019

Dacia_Maraini_1.jpg

Un’America senza buon senso, quella descritta nell’articolo da Dacia Maraini, irriducibile osservatrice critica dell’attualità. Giornalista e scrittrice, non ha mai fatto distinzione tra gli spazi di scrittura, lasciando che la sua penna conquistasse il lettore del quotidiano, l’appassionato di romanzi e anche il lettore digitale.

Ha iniziato pubblicando dei racconti su delle riviste degli anni Cinquanta, tra cui Il Mondo, e poi ha lasciato che la sua scrittura riversasse in interi libri le memorie di un’infanzia vissuta sotto la guerra e della detenzione con la famiglia in un campo di concentramento giapponese. Dagli anni ’90 la sua penna diventa ancora più tagliente nello scarnificare i temi sociali, in primis la violenza sulle donne: si fa espressione di un impegno civile da sempre vivo e attivo tra teatro, conferenze e scrittura di tutti i tipi. Con Alberto Moravia, suo compagno per molti anni, viaggiò in tutto il mondo: «Viaggiare e scrivere, due facce della stessa medaglia. La scrittura è una forma di viaggio, così come il viaggio è una forma di conoscenza, come entrare in un racconto e farlo proprio. Un racconto è il viaggio del pensiero, il viaggio è il racconto di una scoperta».

Oggi continua a fare da sentinella dell’attualità e sottolinea il rischio storico di una regressione che sta pervadendo l’America e non solo.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

copyright: immagine 1, immagine 2, immagine 3 

Cristina Piotti, tra Mumbai e Milano

LArticolo di Cristina Piotti, 1 febbraio 2019

cristina-piotti

Cristina Piotti

Mentre in Italia si parla di reddito di cittadinanza, in India il partito d’opposizione gioca come promessa elettorale la creazione di un reddito minimo universale diretto alla smisurata quantità di persone povere presenti nel Paese. Lo riporta Cristina Piotti, in un dossier su Il Fatto Quotidiano.

La giornalista italo-indiana vive tra Milano e Mumbai, raccontando all’una dell’altra. Studi variegati sfociano in una scrittura che spazia dall’economia (scrive su Forbes e Il Sole 24 ore) al giornalismo di viaggio e di cultura.

Nel reportage dalla campagna dello Chhattisgarh, uno Stato contadino dell’India, descrive la situazione del popolo agricolo che sta diventando lo zoccolo di consenso per Rahul Gandhi e il suo partito “Il Congress”. L’obiettivo di Gandhi è di levare lo scettro all’attuale primo ministro Narendra Modi, convincendo le classi più povere di poterle aiutare. Il problema resterebbe il finanziamento per una misura, già di per sé costosa, come il reddito minimo, e ancor di più in un Paese dove dovrebbe rivolgersi al 21,9% degli indiani.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

copyright: immagine 1, immagine 2, immagine 3

Irene Brin, il giornalismo che cade a pennello

LArticolo di Irene Brin, 2 agosto 1956

irene-brin

Irene Brin

Maria Vittoria Rossi divenne Irene Brin sulle pagine di Omnibus. Nel corso del tempo, e delle testate giornalistiche, si firmò con altri pseudonimi: fu Mariù da più giovane su Il Lavoro, e poi impersonò come Contessa Clara una nobildonna dispensatrice di galateo di moda.

Prima in Italia a collaborare alla rivista newyorkese Harper’s Bazaar, riempiva di stoffa, colori, e occhio esperto, le pagine di moda raccontandone le tendenze. Il suo giornalismo di costume le cadeva a pennello rendendola modello di eleganza del Made in Italy.

Con il marito Gaspero del Corso, viaggiò tantissimo e curò una galleria d’arte che divenne punto di ritrovo della cultura della Roma anni Cinquanta: “L’Obelisco”.

LArticolo su Il Giornale d’Italia è un esempio della sua cronaca di moda che alle “chiacchiere” seppe mescolare narrativa e satira in un dipinto perfetto.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

copyright: immagine 1, immagine 2, immagine 3

Natalia Ginzburg, l’idea di un mondo migliore

LArticolo di Natalia Ginzburg, 5 maggio 1978

Natalia_Ginzburg.jpg

Natalia Ginzburg

«Alle Brigate rosse, allo scenario infernale che ci sta davanti, la risposta di tutti dovrebbe essere continuare ostinatamente a disegnare e a costruire, nell’onestà, l’idea d’un mondo nuovo e migliore, per quanto remota, irraggiungibile, impossibile essa appaia nella presente realtà devastata», era il 5 maggio del 1978, quattro giorni prima del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, e Natalia Ginzburg scriveva così tentando di spiegare ai politici i pensieri dei «non politici», che «pensano che vi sia un solo e unico modo di far fronte alle Brigate rosse, cercare di mantenere alta e viva nell’animo, finché sia possibile e per quanto ciò sia possibile, la qualità della vita».

Natalia Levi ha vissuto come Ginzburg dopo il primo matrimonio, firmandosi così su tutti i suoi romanzi. La sua scrittura invase anche la carta stampata dei quotidiani: prima l’esperienza ne Il Politecnico e poi La Stampa. Il suo impegno civico, dopo la lotta antifascista, la spinse anche nella politica: nell’83 fu eletta al Parlamento con il partito comunista.

LArticolo racconta la quotidianità e la percezione comune del clima degli anni di piombo, che come altri periodi bui della storia italiana, immerse i cittadini in uno «scenario deserto, uniforme, dotato di una nuda e abbietta mediocrità, nel quale appare estremamente difficile formulare dei pensieri, custodire dei sentimenti, salvare qualcosa che non sia devastato e che non si pieghi alla devastazione».

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

copyright:  immagine 1, immagine 2, immagine 3

Camilla Cederna, penna dell’indignazione

LArticolo di Camilla Cederna, 21 dicembre 1969

Cederna.jpg

Camilla Cederna alla sua scrivania

«C’è già molta gente intorno al grigio palazzo su cui spicca in lettere luminose la gran scritta “Banca Nazionale dell’Agricoltura”; tutto affumicato, cioè grigio e nero il pianoterra. Ma c’è molto rosso anche qui sul grigio e sul nero, che dal marciapiede, lento e vischioso, cola giù il sangue» questo il tratteggio con cui Camilla Cederna su L’Espresso descriveva la strage inenarrabile avvenuta il 12 dicembre 1969 in Piazza Fontana, «al posto del tavolo ora c’è una voragine che ha inghiottito più d’un corpo; di un morto non si trovava più la testa, c’è un giovane che non si è fatto niente ma tra la giacca e il pullover si è trovato dei pezzetti di carne altrui».

Il 15 dicembre i funerali dei 17 morti, ad avvolgere i quali «per l’ultima volta, calando spessa sulle bare è stata la loro grigia nebbia padana che fin dall’infanzia d’inverno li ha sempre accompagnati». Quello stesso giorno il corpo senza vita di Pinelli. Inizia per Cederna un lavoro di inchiesta senza sosta. È un momento della storia in cui al giornalismo si chiede di tenerne la cronaca giorno per giorno. Camilla Cederna si sposta dal giornalismo di costume a una scrittura di impegno politico.

Della borghesia milanese per nascita, la sua penna da cronista non risparmiò nessuno:  «Tutto m’indigna oggi, il processo di decomposizione sociale che attraversa il nostro Paese, il cinismo sprezzante dei nostri uomini politici… Da noi il nemico primo della libertà è il potere. Guai a chi perde la capacità di indignarsi. Chi non ha sdegno non ha ingegno».

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

copyright: immagine 1, immagine 2, immagine 3