Camilla Cederna, penna dell’indignazione

LArticolo di Camilla Cederna, 21 dicembre 1969

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Camilla Cederna alla sua scrivania

«C’è già molta gente intorno al grigio palazzo su cui spicca in lettere luminose la gran scritta “Banca Nazionale dell’Agricoltura”; tutto affumicato, cioè grigio e nero il pianoterra. Ma c’è molto rosso anche qui sul grigio e sul nero, che dal marciapiede, lento e vischioso, cola giù il sangue» questo il tratteggio con cui Camilla Cederna su L’Espresso descriveva la strage inenarrabile avvenuta il 12 dicembre 1969 in Piazza Fontana, «al posto del tavolo ora c’è una voragine che ha inghiottito più d’un corpo; di un morto non si trovava più la testa, c’è un giovane che non si è fatto niente ma tra la giacca e il pullover si è trovato dei pezzetti di carne altrui».

Il 15 dicembre i funerali dei 17 morti, ad avvolgere i quali «per l’ultima volta, calando spessa sulle bare è stata la loro grigia nebbia padana che fin dall’infanzia d’inverno li ha sempre accompagnati». Quello stesso giorno il corpo senza vita di Pinelli. Inizia per Cederna un lavoro di inchiesta senza sosta. È un momento della storia in cui al giornalismo si chiede di tenerne la cronaca giorno per giorno. Camilla Cederna si sposta dal giornalismo di costume a una scrittura di impegno politico.

Della borghesia milanese per nascita, la sua penna da cronista non risparmiò nessuno:  «Tutto m’indigna oggi, il processo di decomposizione sociale che attraversa il nostro Paese, il cinismo sprezzante dei nostri uomini politici… Da noi il nemico primo della libertà è il potere. Guai a chi perde la capacità di indignarsi. Chi non ha sdegno non ha ingegno».

 

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