Ilaria Alpi, guardare oltre

LArticolo di Ilaria Alpi, 25 gennaio 1989

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Il 20 marzo 1994 Ilaria Alpi veniva uccisa in Somalia. Sulla strada da Bosaso a Mogadiscio la giornalista e l’operatore televisivo che era con lei, Miran Hrovatin, vengono assassinati. 25 anni dopo, vicende giudiziarie infinite e nessun colpevole riconosciuto.

Ilaria Alpi scrive dall’Egitto sulle pagine di Paese Sera e L’Unità, e poi, da inviata del Tg3, arriva in Somalia per raccontare la missione di pace: è il 1992 e mentre le Nazioni Unite cercano di stabilizzare il Paese dopo la guerra civile, la giornalista indaga. Traffico di armi e rifiuti tossici che coinvolgevano poteri dei Paesi occidentali, questo c’era sotto la bandiera di pace portata in alto anche dall’Italia.

LArticolo descriveva una situazione che dava i primi segnali di un fermento crescente: l’Egitto del 1989 raccontava di una «crisi politica e religiosa» che iniziava a estendersi a macchia d’olio in tutta l’Africa e nel Medio Oriente.

Il ricordo della Rai

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Adele Cambria, il giornalismo è anche personale

LArticolo di Adele Cambria, 5 gennaio 2008

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Adele Cambria

La scrittura di Adele Cambria comparì su Il Giorno, e da quel momento non smise di fuoriuscire limpida e insieme indignata, sulle pagine di giornale. Le sue parole, forti e dirette, erano alimentate dal “personale”, in un momento in cui si lottava perché venisse considerata “politica” anche la propria esperienza.

Man mano che entrava nelle redazioni piene di uomini – «C’è un’esplosione di testosterone in tutte le redazioni che sono costretta a frequentare: mi sembra di vederlo schizzare e spiaccicarsi sui muri, lo sperma dell’altra metà (minoritaria per numeri) del genere umano» diceva – si discostava dalle colonne di costume per entrare nel giornalismo politico, che per lei non poteva che essere femminista. Per questo, tra L’Espresso, Il Messaggero, Il Mondo, e L’Unità, la sua scrittura fu ancora più sé stessa su Effe e su Noi Donne, riviste femministe che iniziarono a cambiare il modo di vedere a partire dalle lettrici. Un giornalismo imprescindibilmente legato all’essere donna e all’esserlo insieme: con Oriana Fallaci, Camilla Cederna, Dacia Maraini.

LArticolo, pubblicato nel 2008 su L’Unità, ripercorre le tappe di una legge, la 194 sull’aborto, arrivata in ritardo per tante donne. È un racconto da vicino di un’Italia “delle mammane”, che Cambria visse in prima persona, e di cui parla giornalisticamente: il personale nel suo giornalismo è un tocco in più.

 

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Irene Brin, il giornalismo che cade a pennello

LArticolo di Irene Brin, 2 agosto 1956

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Irene Brin

Maria Vittoria Rossi divenne Irene Brin sulle pagine di Omnibus. Nel corso del tempo, e delle testate giornalistiche, si firmò con altri pseudonimi: fu Mariù da più giovane su Il Lavoro, e poi impersonò come Contessa Clara una nobildonna dispensatrice di galateo di moda.

Prima in Italia a collaborare alla rivista newyorkese Harper’s Bazaar, riempiva di stoffa, colori, e occhio esperto, le pagine di moda raccontandone le tendenze. Il suo giornalismo di costume le cadeva a pennello rendendola modello di eleganza del Made in Italy.

Con il marito Gaspero del Corso, viaggiò tantissimo e curò una galleria d’arte che divenne punto di ritrovo della cultura della Roma anni Cinquanta: “L’Obelisco”.

LArticolo su Il Giornale d’Italia è un esempio della sua cronaca di moda che alle “chiacchiere” seppe mescolare narrativa e satira in un dipinto perfetto.

 

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Natalia Ginzburg, l’idea di un mondo migliore

LArticolo di Natalia Ginzburg, 5 maggio 1978

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Natalia Ginzburg

«Alle Brigate rosse, allo scenario infernale che ci sta davanti, la risposta di tutti dovrebbe essere continuare ostinatamente a disegnare e a costruire, nell’onestà, l’idea d’un mondo nuovo e migliore, per quanto remota, irraggiungibile, impossibile essa appaia nella presente realtà devastata», era il 5 maggio del 1978, quattro giorni prima del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, e Natalia Ginzburg scriveva così tentando di spiegare ai politici i pensieri dei «non politici», che «pensano che vi sia un solo e unico modo di far fronte alle Brigate rosse, cercare di mantenere alta e viva nell’animo, finché sia possibile e per quanto ciò sia possibile, la qualità della vita».

Natalia Levi ha vissuto come Ginzburg dopo il primo matrimonio, firmandosi così su tutti i suoi romanzi. La sua scrittura invase anche la carta stampata dei quotidiani: prima l’esperienza ne Il Politecnico e poi La Stampa. Il suo impegno civico, dopo la lotta antifascista, la spinse anche nella politica: nell’83 fu eletta al Parlamento con il partito comunista.

LArticolo racconta la quotidianità e la percezione comune del clima degli anni di piombo, che come altri periodi bui della storia italiana, immerse i cittadini in uno «scenario deserto, uniforme, dotato di una nuda e abbietta mediocrità, nel quale appare estremamente difficile formulare dei pensieri, custodire dei sentimenti, salvare qualcosa che non sia devastato e che non si pieghi alla devastazione».

 

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Camilla Cederna, penna dell’indignazione

LArticolo di Camilla Cederna, 21 dicembre 1969

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Camilla Cederna alla sua scrivania

«C’è già molta gente intorno al grigio palazzo su cui spicca in lettere luminose la gran scritta “Banca Nazionale dell’Agricoltura”; tutto affumicato, cioè grigio e nero il pianoterra. Ma c’è molto rosso anche qui sul grigio e sul nero, che dal marciapiede, lento e vischioso, cola giù il sangue» questo il tratteggio con cui Camilla Cederna su L’Espresso descriveva la strage inenarrabile avvenuta il 12 dicembre 1969 in Piazza Fontana, «al posto del tavolo ora c’è una voragine che ha inghiottito più d’un corpo; di un morto non si trovava più la testa, c’è un giovane che non si è fatto niente ma tra la giacca e il pullover si è trovato dei pezzetti di carne altrui».

Il 15 dicembre i funerali dei 17 morti, ad avvolgere i quali «per l’ultima volta, calando spessa sulle bare è stata la loro grigia nebbia padana che fin dall’infanzia d’inverno li ha sempre accompagnati». Quello stesso giorno il corpo senza vita di Pinelli. Inizia per Cederna un lavoro di inchiesta senza sosta. È un momento della storia in cui al giornalismo si chiede di tenerne la cronaca giorno per giorno. Camilla Cederna si sposta dal giornalismo di costume a una scrittura di impegno politico.

Della borghesia milanese per nascita, la sua penna da cronista non risparmiò nessuno:  «Tutto m’indigna oggi, il processo di decomposizione sociale che attraversa il nostro Paese, il cinismo sprezzante dei nostri uomini politici… Da noi il nemico primo della libertà è il potere. Guai a chi perde la capacità di indignarsi. Chi non ha sdegno non ha ingegno».

 

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Alba de Céspedes, dare corpo e voce «all’Italia che esiste»

LArticolo di Alba de Céspedes, settembre 1944

 

 

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Alba de Céspedes alla scrivania

«E noi sappiamo bene che una voce dell’Italia esiste – di un’Italia ancora tutta piagata, dolorante, minacciata – una voce che è nuova per i nostri amici, per i nostri nemici, e, forse, per noi stessi» con queste parole Alba de Céspedes apriva il primo numero, nel settembre del 1944, della rivista “Mercurio. Mensile di politica, arte e scienza”. Dopo aver dato voce alla resistenza in Radio Bari, questo mensile era per Alba de Céspedes un modo con cui dare corpo alla ricostruzione in una Roma appena liberata. Il progetto visse fino al ’48, e tra le sue pagine ospitò Sibilla Aleramo, Alberto Moravia, Paola Masino, Eugenio Montale, e molti altre e altri.

Legata a Parigi, dove morì nel ’97, Alba de Céspedes ebbe sempre un viscerale attaccamento a Cuba, patria del nonno iniziatore della prima rivolta contro gli spagnoli: “Con gran Amor” nominò la raccolta, mai completata, dove si intrecciano la storia della sua famiglia e quella di Cuba.

Nell’articolo racconta gli obiettivi della nuova rivista: ritrovare, più che costruire, le basi da cui far nascere informazione, discussione, ripensamenti che con il totalitarismo mussoliniano erano taciuti in «una vita subacquea» fatta di «silenzio ottuso»; dimostrare che anche «la notte ha il suo firmamento stellato» fatto dei «valori autentici dello spirito italiano».

 

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Anna Politkovskaja, la denuncia degli orrori in Cecenia

LArticolo di Anna Politkovskaja, 16 gennaio 2003

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Anna Politkovskaja, scatto dalla redazione di Novaja Gazeta

 

«La cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare». Così scriveva Anna Politkovskaja poco prima di essere uccisa da un commando armato nell’ascensore del suo palazzo a Mosca il 7 ottobre del 2006. Giornalista e reporter russa, dal 1999 inviata in Cecenia per il giornale indipendente Novaja Gazeta, dove lavorerà fino al giorno della sua morte.

In più di 200 articoli la reporter ha denunciato l’operato russo nelle repubbliche separatiste. Spettatrice e allo stesso tempo partecipe dei massacri inferti alla popolazione civile, denuncia e si oppone fermamente al governo di Putin e alla politica dei primi ministri ceceni sostenuti da Mosca. All’inizio del 2001, catturata da un gruppo di militari russi, viene  rinchiusa in una buca sotterranea e spaventata con una finta esecuzione. Il filosofo e attivista per i diritti umani André Glucksmann dice di lei: «Sensibile al dolore delle persone oppresse, incorruttibile, glaciale di fronte alle nostre compromissioni, Anna è stata, ed è ancora, un modello di riferimento».

Sulla Cecenia stava lavorando anche negli ultimi mesi prima della sua morte. 

 

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LArticolo di questa volta è stato commentato e raccontato da Giada Giorgi. Andatela a trovare anche sul suo blog! https://artemisiablogg.wordpress.com

Maria Grazia Cutuli, reportage in Afghanistan

LArticolo di Maria Grazia Cutuli, 19 novembre 2001

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Scatto in redazione, alla scrivania Maria Grazia Cutuli

 

Maria Grazia Cutuli, reporter uccisa 17 anni fa in Afghanistan. Il 19 novembre 2001 veniva trovata morta insieme ad altri 3 giornalisti con cui si stava spostando verso Kabul: Julio Fuentes, inviato di El Mundo, Harry Burton e Azizullah Haidari, due corrispondenti dell’agenzia Reuters. Questo è l’ultimo articolo che scrisse, andato in stampa la sera prima della notizia, e che fa parte dell’archivio de Il Corriere della Sera. 

Inviata in quella che dopo il 2001 era diventata una delle zone più calde della storia, il suo collega Luca Telese racconta come si conquistò «la sua grande occasione dopo l’11 settembre. Tutti i grandi inviati del Corriere corsero in America, e lei capì che si poteva aprire uno spazio. Ebbe l’intuizione di andare in Afghanistan».

Nel reportage descrive un accampamento abbandonato dell’armata di Osama Bin Laden. Tra i resti, anche una scatola con delle fialette di gas nervino, che diceva di più sul tipo di armi in possesso del nemico numero uno degli Stati Uniti.

 

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