Fiorenza Sarzanini, inviata da prima pagina

LArticolo di Fiorenza Sarzanini, 30 novembre 2018

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Fiorenza Sarzanini in redazione

 

Non solo, ma anche in prima pagina.

Non solo, perché Fiorenza Sarzanini si è fatta sul campo diventando una tra i più noti inviati di cronaca giudiziaria. Ha seguito tra gli altri il G8 di Genova, il caso delle feste di Berlusconi, lo tsunami nello Sri Lanka e il terremoto in Abruzzo.

Nel Corriere della Sera di questa mattina l’editoriale della giornalista, caporedattrice presso il quotidiano, occupa la prima pagina con una riflessione su “paure e diritti”.

Nell’articolo “Più sicurezza, non soltanto a parole” sottolinea la mancanza di concretezza nella propaganda condotta da Matteo Salvini. Il ministro dell’Interno infatti, continua ad annunciare un aumento dell’organico delle forze dell’ordine anziché passare dalle parole ai fatti, garantendo maggiore sicurezza ai cittadini con una serie di misure legate alla realtà del quotidiano.

 

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Anna Politkovskaja, la denuncia degli orrori in Cecenia

LArticolo di Anna Politkovskaja, 16 gennaio 2003

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Anna Politkovskaja, scatto dalla redazione di Novaja Gazeta

 

«La cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare». Così scriveva Anna Politkovskaja poco prima di essere uccisa da un commando armato nell’ascensore del suo palazzo a Mosca il 7 ottobre del 2006. Giornalista e reporter russa, dal 1999 inviata in Cecenia per il giornale indipendente Novaja Gazeta, dove lavorerà fino al giorno della sua morte.

In più di 200 articoli la reporter ha denunciato l’operato russo nelle repubbliche separatiste. Spettatrice e allo stesso tempo partecipe dei massacri inferti alla popolazione civile, denuncia e si oppone fermamente al governo di Putin e alla politica dei primi ministri ceceni sostenuti da Mosca. All’inizio del 2001, catturata da un gruppo di militari russi, viene  rinchiusa in una buca sotterranea e spaventata con una finta esecuzione. Il filosofo e attivista per i diritti umani André Glucksmann dice di lei: «Sensibile al dolore delle persone oppresse, incorruttibile, glaciale di fronte alle nostre compromissioni, Anna è stata, ed è ancora, un modello di riferimento».

Sulla Cecenia stava lavorando anche negli ultimi mesi prima della sua morte. 

 

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LArticolo di questa volta è stato commentato e raccontato da Giada Giorgi. Andatela a trovare anche sul suo blog! https://artemisiablogg.wordpress.com

Maria Ressa, il giornalismo d’inchiesta nelle Filippine

LArticolo di Maria Ressa, 8 ottobre 2016

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Maria Ressa davanti al suo computer 

 

«Il suo lavoro si pone l’obiettivo di ridefinire il giornalismo combinando un modo tradizionale di trasmissione con i nuovi media e la tecnologia mobile, per uno scopo di cambiamento sociale» è scritto così sul blog di Maria Ressa, giornalista filippina che ha lavorato per anni alla CNN e alla ABS-CBN e che ha ricevuto alcuni tra i più importanti riconoscimenti della professione: quest’anno è stata insignita dalla World Association of Newspapers and News Publishers del premio “Golden Pen of Freedom”.

Nel 2010, insieme a Beth Frondoso iniziarono a «immaginare come la televisione sarebbe cambiata nell’era della partecipazione »e piano piano coinvolsero nelle loro congetture anche Chay Hofileña, Gemma Mendoza, Marites Vitug, Cheche Lazaro, e altri strada facendo. L’obiettivo, come spiegano, era quello di sfruttare al massimo l’intermedialità della tecnologia per creare un’informazione assolutamente indipendente. Il risultato è Rappler, un esempio di giornalismo libero in un Paese che nel 2018 è ancora al 133esimo posto (su 180) nella classifica mondiale sulla libertà di stampa. Il sito, molto seguito nelle Filippine, dopo l’elezione di Duterte ha indagato su molti lati oscuri del presidente, con una serie di inchieste sulle migliaia di uccisioni extragiudiziali nella guerra sanguinosa contro la droga condotta dal governo. Sono stati vari i tentativi da parte del presidente di fermare la libertà di stampa, fino a mettere sotto indagine Rappler con l’accusa di evasione fiscale.

L’articolo di Maria Ressa, pubblicato nel 2016, partendo da un caso specifico evidenzia l’attualissima problematica del rapporto tra potere, fake news e social network.

 

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Amira Hass e la quotidianità nei territori palestinesi

LArticolo di Amira Hass, 23 novembre 2018

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Amira Hass davanti al suo computer

 

«È giunto il momento di cambiare abito», così scrive Amira Hass nell’ultimo pezzo della sua rubrica su Internazionale pubblicato il 23 novembre. Scrittrice e giornalista israeliana, è corrispondente per il quotidiano Ha’aretz nei territori occupati. Per 18 anni ha raccontato dalle pagine del settimanale italiano la situazione nei territori palestinesi.

Per le sue idee strenuamente contrarie alla politica di Tel Aviv, è stata anche arrestata due volte dalla polizia israeliana. Nella sua rubrica ha testimoniato insistentemente una quotidianità difficile da raccontare, ora la chiude tirando le fila in un «triste riassunto di venticinque anni di osservazioni sul campo»: per Amira Hass è la delusione umana dell’immutabilità nei rapporti tra Israele e Palestina. Il fatto che i suoi connazionali siano arrivati a screditare il premier Benjamin Netanyahu perché, promettendo solo che «la guerra resta una possibilità», ha attenuato il suo tipico atteggiamento estremista, è stato sentito dalla giornalista come una sconfitta personale.

 

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Maria Grazia Cutuli, reportage in Afghanistan

LArticolo di Maria Grazia Cutuli, 19 novembre 2001

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Scatto in redazione, alla scrivania Maria Grazia Cutuli

 

Maria Grazia Cutuli, reporter uccisa 17 anni fa in Afghanistan. Il 19 novembre 2001 veniva trovata morta insieme ad altri 3 giornalisti con cui si stava spostando verso Kabul: Julio Fuentes, inviato di El Mundo, Harry Burton e Azizullah Haidari, due corrispondenti dell’agenzia Reuters. Questo è l’ultimo articolo che scrisse, andato in stampa la sera prima della notizia, e che fa parte dell’archivio de Il Corriere della Sera. 

Inviata in quella che dopo il 2001 era diventata una delle zone più calde della storia, il suo collega Luca Telese racconta come si conquistò «la sua grande occasione dopo l’11 settembre. Tutti i grandi inviati del Corriere corsero in America, e lei capì che si poteva aprire uno spazio. Ebbe l’intuizione di andare in Afghanistan».

Nel reportage descrive un accampamento abbandonato dell’armata di Osama Bin Laden. Tra i resti, anche una scatola con delle fialette di gas nervino, che diceva di più sul tipo di armi in possesso del nemico numero uno degli Stati Uniti.

 

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